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Leo Ortolani sul “caso” Corriere della Sera

NonSonoIlCorSeraIeri, 15 gennaio, il Corriere della Sera ha pubblicato un libretto intitolato “Je Suis Charlie” in cui ha raccolto centinaia di vignette che autori di tutto il mondo hanno dedicato alla commemorazione delle vittime della strage di Charlie Hebdo. I proventi della vendita andranno alla redazione del giornale satirico francese. Nobile iniziativa se non fosse per un dettaglio non secondario: il quotidiano di Via Solferino, infatti, non ha ritenuto opportuno consultare gli autori delle vignette e ha disposto liberamente del loro lavoro. La questione ha subito sollevato un vespaio di polemiche su Facebook e Twitter che ha visto protagonisti autori quali Diego Cajelli, fra i primi a segnalare l’episodio, seguiti da altri come Roberto Recchioni, Giacomo Bevilacqua, Milo Manra, Gipi, Don Alemanno e lo stesso Leo Ortolani che in un post di ieri sulla sua pagina Facebook ha detto la sua:

Sai cosa ho fatto di recente? Ho scoperto che IL CORRIERE DELLA SERA ha preso le vignette che tanti autori italiani hanno pubblicato per solidarietà ai colleghi francesi e ci si è fatto un bel libretto da vendere a euro 4,90. E quando dico che le ha prese, intendo dire che le ha prese senza chiedere niente a nessuno.
Tipo che avete un motorino, vi girate, non c’è più. Ve lo ha preso il Corriere della Sera per farci un giro. A scopo di beneficenza, eh? Il motorino è sempre vostro.
Ora.
Io sarò anche un povero geologo che fatica a stare al mondo, ma qui si comincia a perdere il senso delle cose.
Chiedimelo. Magari ti dico di sì. Luca Bertuzzi di WOW, lo Spazio Fumetto di Milano me lo ha chiesto, se poteva usarla per esporla, gli ho detto di sì.
Lo vedi, come è semplice, quando si è tra persone educate?
Ma tu, Corriere della Sera sei venuto qui, hai preso una foto (UNA FOTO!!) di un disegno che ho messo in rete fotografandolo con il cellulare, perchè non ho lo scanner attaccato al sedere e a volte si fanno dei disegni sulla spinta emotiva, come quello, e si pubblicano in qualche modo, per fare sapere che quello che è successo ti ha colpito e molto, e tu, dicevo, Corriere dei Piccoli, vieni qui e te la prendi. Una foto. E te la stampi. A bassa risoluzione, ovvio.
Che oltretutto non è che mi fai un favore, pubblicando una foto di un mio disegno, a bassa risoluzione. Nemmeno la decenza del controllo artistico.
Nemmeno quella.
Che Luca Bertuzzi mi ha chiesto la cortesia di un file ad alta risoluzione. E gliel’ho mandato.

Ora, Corriere della Sera, ti insegno come fossi mia figlia, che però lei ha otto anni, è nata nel 2006, può succedere, tu invece sei nato nel 1876, dice wikipedia, non si capisce cosa tu abbia imparato in tutto questo tempo.
Facciamo così.
Ora, uno dei tuoi redattori, magari lo stesso che si è premurato di venire a prendere le cose senza chiedermele, viene qui e si scusa. Davanti a tutti.
Mica che scrivi che “sei a disposizione degli aventi diritti”. Eh, grazie al ciuffo. Mi prendi il motorino e ora dici che me lo devo pure venire a riprendere a casa tua.
Adesso, tipo della sera, vieni qui e ti scusi per quello che hai fatto.
Tranquillo, nessuno ti sparerà. Non hai mica fatto satira.

Oggi il Corriere della Sera ha replicato nell’edizione cartacea, a pag. 9, con quelle che la redazione considera delle scuse, come si evince dal titolo, ma che non possono lasciare soddisfatti gli autori scippati del loro lavoro. Ecco la replica di Leo Ortolani:

Ammettere di avere sbagliato è sempre stata la cosa più difficile del mondo, anche per Fonzie.
Si cerca sempre di dire “sì, però…”
Lo so bene, perché in vita mia ho dovuto chiedere scusa più volte, avendo sbagliato tante volte.
E chiedere scusa è rinunciare a ogni scusa, se mi si consente il gioco di parole.
Lo stiamo insegnando da sempre alle mie figlie che, se sbagliano, devono chiedere scusa. E farlo bene. Mica “…uu’a”.
-EH?
“…UUUsa”
-NON SENTO! (alla Full Metal Jacket)
– ssssscuus.
Vabbè, le scuse più belle sono quelle che nemmeno ci aspettiamo, quando le belve vengono da noi, dopo avere fatto un capriccio inutile e per questo grosso e protratto nel tempo e appoggiando la testolina contro il nostro fianco dicono “scusa, mamma… scusa, papà…”
E sapete come si fa a insegnare a un bambino a chiedere scusa? Cominciamo noi genitori a farlo.
Quando sbagliamo. E vi assicuro che sbagliamo tante volte.
Sbagliare, SI PUO’.
Poi, però, SI DEVE ammettere di avere sbagliato.
Chiusa la parentesi di Giuffredo Stancabuoi, il pedagogo pedante, veniamo a noi.
Quello che è successo ieri è stato qualcosa che a me, personalmente non è mai successo. Di vedere, cioè, una sollevazione così imponente a sostegno di noi autori, a cui un importante quotidiano nazionale ha preso senza chiedere delle vignette, per realizzare un libro da vendere a scopo benefico.
Un fatto piccolo. E gravissimo. Perché oggi è una vignetta, domani è una striscia, dopodomani è una storia. Poi c’è il motorino, la lavastoviglie e il cane, e su, su, fino alla mia nuova action figure di Darth Vader: “Trovo insopportabile questa lesione del diritto d’autore!”
Uno sbaglio. E come diceva quel famoso personaggio apparso in tante vignette satiriche: “Chi non ha peccato, scagli la prima pietra”.
Per noi autori, è stato come se ci avessero sventrato la casa. Una casa fatta di correttezza, contratti, lavoro e diritto. D’autore, appunto.
Così, ieri ci si telefonava tra noi, arrabbiati, perplessi la maggior parte, pronti a combattere.
E voi lettori ci avete sostenuto con messaggi di solidarietà.
Ma mica due o tre.
Per dire, la mia pagina ufficiale di Facebook, che come “vitalità” è simile a quella de “LA PESCA, UN HOBBY, UNO SPORT” e quando va bene raggiunge una copertura del post di 20.000 contatti, stamattina ha il contatore che segna un milione e centomila. Nemmeno avessi pubblicato la recensione di STAR WARS 7 a un anno dall’uscita.
Il post in cui protestavo per l’uso improprio della vignetta ha raggiunto (a oggi) 1.036.288 persone.
Con 12.360 condivisioni.
Per questo sostegno, che non è ovviamente solo a me, ma anche agli altri autori coinvolti, vi ringrazio. Vi ringraziamo.
E vi lascio immaginare come sia difficile, per chi ha sbagliato, chiedere scusa, di fronte a tutta questa gente.
Oggi sono uscite le “scuse” del direttore del Corriere.
Metto le virgolette perché non è venuto a poggiare la testa contro il mio fianco, dicendo “scusa, Leo Ortolani”.
Mi spiace, signor direttore, ma anch’io lavoro con le parole, e so quando e come scrivere per dire una cosa senza dirla veramente.
Nonostante ci sia scritto nel titolo “Una precisazione e le scuse”, lei non ha colto il punto della questione. Come mai avete violato il diritto d’autore?
Ma non si preoccupi. C’è chi lo ha fatto al posto suo.
Lei si chiama Luisa Sacchi ed è la responsabile della linea libri di RCS. E quindi del libretto pubblicato.
Le racconto com’è successo, perché è semplice.
Mi arriva, ieri pomeriggio, una prima email anonimamente firmata “Corriere della Sera”, in cui mi spiegano le ragioni del comportamento del giornale, che era a scopo benefico e che non c’era stato tempo di raggiungere tutti in tempo, per le autorizzazioni, eccetera, eccetera, e che se gli lascio un indirizzo saranno lieti di spedirmi delle copie del libro.
Rispondo, chiedendo con chi stia avendo uno scambio di email.
E dopo un po’, si fa avanti Luisa Sacchi. Nome, cognome e pure numero di cellulare, nel caso.
Così le ho fatto la domanda. Perché avete preso una mia vignetta senza chiedermi il permesso?
Una domanda semplicissima, a cui non è invece affatto semplice dare una risposta, a meno che non si abbandonino tutte le scuse.
Non mi aspetto nemmeno una risposta.
E invece Luisa viene avanti, sapendo di avere non solo me, ma tutti che la guardano. E in un silenzio orrendo, come scriverebbe Paolo Villaggio, inizia a spiegare le cose, che la beneficenza è importante (e su questo non ci piove), che la fretta… la fretta…
Poi, nella sua lettera di risposta, è come se ci fosse uno scarto, proprio all’ultimo passaggio.
Sono vicende, quelle di questi giorni, in cui si è sempre parlato di coraggio. Il coraggio delle proprie azioni.
Così Luisa Sacchi mi scrive (cit.):
“E’ stato un errore figlio di una situazione particolare. Comunque un errore.”
COMUNQUE UN ERRORE.
Ringrazio Luisa Sacchi per quello che ha scritto.
Vuol dire tanto.
Il resto, sono solo “scuse”.

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